Damiano Scaramella – Come in cielo

“È tutto al suo posto, tutto perfetto.
È così che si mostrano le cose un attimo prima della loro distruzione”.

Siamo in Sicilia, Zu Pippo è conosciuto da tutti. Così la sua villa, una notevole costruzione in bianco e nero in stile Pasolini.

Da un balconcino, durante una delle tante feste dietro una siepe, c’è Salvatore che osserva.

Lui vive di riflessi.

Una realtà al margine, pochissime parole nella sua vita, ma la sera, osservando quella realtà sfarzosa ed eccessiva, riprende vita.

Salvatore non ha mai vissuto un solo giorno di tristezza, silenzioso e in ritardo su ogni tappa prestabilita dalla vita.

A trent’anni inizia a lavorare alla villa con il nonno Zu Pippo, lo segue come un’ombra, gli sorride sempre e lui risponde ai sorrisi “bravo Caruso, travagghia, datti da fare”.

Salvatore non sa nulla delle donne, però Beverly è eterea e bellissima. Ma questo pensiero è astratto, senza scopo. Tano invece, il suo “fidanzato”, a Salvatore piace molto meno perché non la tratta bene e le dà ordini, e lei lo lascia. Prende il diploma e rimasta sola in una vita ingrata cerca il suo riscatto. Così racimola qualche soldo e se ne va, non lo dice a nessuno. Parte per la Grecia e quando torna è pronta ricominciare davanti a un piatto da dj.

Quando Salvatore la rivede è prurito alla gola, è un delfino azzurro, una conchiglia finita per caso sotto la sabbia.

È palpitare di dolore ed esplosione di ossitocina. 

I sogni di Salvatore hanno il colore dei semafori, gli indicano la strada dei pensieri insorgenti o appena svaniti.

Lo stroboscopio buca il cielo, il sogno prosegue come se non fosse il suo, come se venisse da un’altra epoca.

Stringila forte, fallo di più, mentre le immagini strappano brandelli furibondi alla realtà fugace, la musica è troppo alta, il terriccio scivoloso.

È una palla infuocata Beverly che si stacca repentina come un pianeta verso il cielo, lasciando a terra le foglie porpora, il tappeto cremisi scoppiettante, e un sogno che sembra essere svanito.

Il semaforo è rosso.

Il risveglio feroce e brutale.

Zu Pippo e Salvatore. Una antinomia assoluta. il primo che pensava di lasciare le redini al nipote, il secondo che ha difficoltà che devono essere taciute. 

Il nonno vuole coprire il nipote a costo di qualsiasi cosa, il nipote vive in uno stato onirico costante che non gli consente di vedere la realtà. E in tutto questo Badia è implacabile perché in questo piccolo paese del catanese le voci girano più veloci dei pensieri.

Un noir che travalica i confini del genere affrontando molteplici tematiche. Dalla famiglia alla sua disfunzionalità, fino ad arrivare al ruolo della donna, spesso relegata ad oggetto di appartenenza partendo da Sara, vittima di una patriarcato che non le permette neanche di indagare la patologia di suo figlio.

E a catena Beverly, che tenta di rifarsi una vita, ma alla fine resta solo una appartenenza di qualcuno che vuole rivendicarla, che sia un carnefice, un ammiratore che la assurge a sogno d’amore, un ex che non lo diverrà mai del tutto, oppure di un errore.

È sugli errori in fondo che si inceppa la vita.

Dalla terra fangosa e vischiosa che inghiotte, che soffoca, bisogna arrivare al cielo.

Ma la brutalità di questo passaggio asfalta tutto ciò che c’è.

Crudeltà e dolore in una opacità visionaria.

I protagonisti, vivi più che mai, si innalzano come nuvole, come forme che si addensano senza formarsi o sfiorarsi mai, passandosi accanto, intrisi di solitudine e cicatrici diafane.

E così è, dalla terra cruda ed aspra fin su, proprio come in cielo. 

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