“Il maschio è il male nel duplice senso del termine. Il male: qualcosa che il male lo compie. Il male: qualcosa che è esso stesso dolore.
Enrico Dal Buono – Il male maschio
E alcune donne, i maschi, li amano.”
Andrea è un anestesista quarantenne di successo, controlla tutto della propria vita e tradisce cronicamente la fidanzata Iaia, finché lei non lo scopre e lo lascia.
La storia familiare di Andrea è particolare. Il padre ha lasciato sua madre molto tempo prima, per una donna più giovane dalla quale ha avuto un bambino da poco, Oceano. La sua ex moglie è tutt’ora perdutamente innamorata di lui.
Andrea è tagliente, lo è anche nel dolore e nella sua incoscienza, e mentre si sente uno stoccafisso di disperazione si avvicina finalmente a sua madre, che non ha mai chiamato Mamma, solo per ripicca.
In fondo la separazione da lei all’atto della nascita gli è stata insostenibile ed il conflitto col materno si è evoluto fino a divenire una ferita sempre aperta, zampillante di contraddizioni con il femminile. Questi è percepito a tratti come inutile, a tratti come indispensabile, in una osmosi dicotomica insostenibile.
“Sei la cosa più simile alla morte che abbia incontrato, sei stata il mio cielo e il mio pane.
Enrico Dal Buono – Il male maschio
Mi hai curato dalla lucidità con le illusioni. E adesso, io cosa cerco nelle altre donne? Te? La tua nemesi?”
L’amore di sua madre è spietato e consolatorio nel contempo, è l’idea che nessun’altra lo potrà amare contro sé stessa tentando disperatamente di ricostruire un intero.
E poi lei all’improvviso non c’è più.
Andrea è intelligentissimo, al limite dell’insultante. Sarcastico e attento, addronta il lutto come un melodramma degno di una tragedia greca.
Ci offre i suoi demoni interiori senza sconti e senza edulcorarli.
“La natura non ci ha progettati per scegliere, ma per essere spappolati.”
Mentre Andrea fa i conti con la perdita compare Yaya. Diversa da ogni altra donna mai immaginata a parte il nome, incredibilmente simile alla precedente.
Lui è innamorato, follemente. Ma lei chiede verità assoluta. Nessuna mezza bugia. Controllo totale.
Nessuno sguardo fuori posto.
Lei è particolare in ogni manifestazione di amore o della sua assenza.
“C’è molta lucidità nel dolore.
È la nostra manifestazione più pura. Il male esiste, ha una realtà, e questo è un fatto.
Il bene è un fantasma.
Puoi dire che stai provando il male, puoi metterci perfino la maiuscola, ma non puoi mai dire che stai provando il Bene. I piaceri non la raccontano mai giusta fino in fondo.”
Andrea si sente come se con lei avesse a portata di mano un’ancora. Per uno come lui è quasi inimmaginabile. Ma qual è il limite, fin dove l’amore può spingersi spietatamente proprio in quel confine tra bene e male, tra salvezza e oblio?
Senza filtri ci viene offerto uno spaccato al maschile dell’amore insano, dove credendo di essere redenti ci si offre all’altro perdendo di vista sé stessi.
Perché il male non è maschio o femmina ma senza genere.
E può essere atrocemente distruttivo, perché nessuno può cambiare la natura dell’altro, non si può pensare di punire un essere per le proprie imperfezioni e per modellarlo in base a ciò che crediamo sia giusto.
Perché se c’è una cosa vera è che la giustizia, se si tratta di sentimenti, non esiste.
Un testo coraggioso, ben scritto, che affronta il tema del dolore, dell’oscurità, dell’altra faccia dell’amore, quella di cui forse si parla meno. Un’analisi spietata dei confini all’interno di un rapporto e di ciò che si è disposti a subire pensando di essere salvati
Ma la verità è che nessuno può salvarci.
Neanche chi crede di amarci totalmente o disperatamente.
Perché quell’amore racconta moltissimo si, ma di chi lo prova.
“Questo è vero: per quanto dolore proviamo, ce ne meriteremmo ancora di più”.
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