Federica De Paolis – Da parte di madre

“Mio padre chiamava quasi tutte le sere, ma non avevamo granché da dirci. Non ero dispiaciuta per la separazione. Il mio mondo era mia madre, mi sentivo al mio posto solo accanto a lei. Speravo solo che smettesse di piangere e ricominciasse a vivere.”

Accadde. Lentamente, inesorabilmente, mentre un’infanzia incerta giungeva al capolinea.

Federica racconta sua madre, come un quadro di Picasso ribelle e carismatico, ma anche sofisticato ed elegante proprio come le ballerine di Degas. Perché questo romanzo lo si assorbe proprio come fosse un dipinto raffinato, tagliente e introspettivo.

La madre è bionda, laddove la “biondezza” ha un significato specifico. 

Da parte di Madre Federica è costellata da donne sensazionali, passate alla storia per il loro fascino e per la capacità di valorizzarsi.

Si piacevano e piacevano a tutti.

Al contrario di Federica.

La madre, quasi eterea, è seduttiva, scambia effusioni come fosse una pièce teatrale. Prodiga di racconti, di amori strabilianti, che poi nella realtà degli anni Ottanta trovano il loro inghippo con il Fisico. Perché l’amore è quasi al pari di una malattia, è veleno, è irrisolto.

Nel frattempo Federica si barcamena in una adolescenza apparentemente asettica ma ricca di vivacità interiore, di riflessioni e negazioni di sè stessa. Uno straniante senso di inadeguatezza, classi che non riescono mai a contenere la sua voglia di vita che viene imprigionata in divise, numeri, classificazioni (o la loro assenza).

Cerca sè stessa in modo semplice: senza cercarsi mai. Ritrovandosi a tratti scomposta e irriverente, arrabbiata digrignando però i pugni serafica. La via della fuga la porta ad uccidere il suo stesso mondo con le sue stesse mani. 

Un contenitore di moltitudini inespresse che vengono declinate al silenzio, una dopo l’altra.

“La complicità tra me e mia madre era un dato certo: non servivano parole per sancire l’appartenenza alla stessa squadra, eravamo io e lei, poi c’era il resto del mondo.”

Con la brama di dimostrare che è di un’altra pasta, Federica, non si piega al desiderio, è centrata e lucida. Non è soggetta a mutamenti ormonali. E inizia a scrivere, allontana il Gigante, il fidanzatino rustico dell’epoca a favore di “Ragazzodoro”, perché la serietà è fondamentale. Gonne al ginocchio, un filo di perle, i giochi di società che inconsapevolmente sostituiscono il sesso. E il Gigante.

Non è solo un romanzo e travalica il mémoire. È un libro di formazione, è un racconto introspettivo, è il viaggio che si inabissa in un rapporto esclusivo e simbiotico. Un materno bellissimo e fragile, dicotomico e istrionico, che si interscambia continuamente con quello di figlia.

In uno sfondo romano che attraversa un trentennio, anticipa temi attuali più che mai adesso, è una storia intima e delicata che emoziona profondamente e commuove.

Un legame vivo pulsante e inscindibile, due vite, un patto eterno fatto talvolta di omissioni, di ombre e  di luci. Perché in fondo la verità è solo un punto di vista incrinato ed ampio, impastata di versatilità e mutevolezza.

Ma non l’Amore. Quello è il primo e unico comandamento. 

Lui esiste. Resiste.

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