Georges Simenon – La camera azzurra

“Non era una cosa reale. Non c’era niente di reale nella camera azzurra o piuttosto si trattava di una realtà diversa, impossibile da comprendere altrove.”

La camera azzurra è un pugno allo stomaco. Siamo nella provincia francese, ci troviamo davanti ad una relazione extraconiugale, con poche ragioni di esistere se non una inspiegabile voracità, che però dirompe diventando carnivora e famelica di tutto, anche di sè stessa.

Straripa nel nulla e nel tutto di cui si nutre, la camera azzurra, raccoglitrice di semi e speranze, diventa una bolla protettiva e nel contempo, una mina vagante pronta ad esplodere. 

Probabilmente il miglior Simenon che io abbia mai letto, nonostante mi abbia devastata, ferita, commossa.

Riesce abilmente a scorrere ed è impossibile smettere di leggere, impossibile smettere di “sentire”, verbo che attraversa trasversalmente tutte le storie, anche quando si rivela il grande inspiegabile assente.

“Tony aveva conosciuto molte donne nei suoi trentatré anni, ma nessuna gli aveva procurato lo stesso piacere di Andrèe: assoluto, animalesco, senza secondi fini, e mai seguito da disgusto, disagio o stanchezza.”

Tutto sommato Tony si sentiva puro, innocente perché per lui contava soltanto il momento che stava vivendo. Ma nel suo “qui ed ora” non aveva fatto i conti con l’implacabile morbosità di Andrèe.

La camera era azzurra, di un azzurro simile a quello della liscivia, è un luogo oltre ogni tempo, dove le risposte vagano e le domande blaterano.

“Davvero potresti vivere con me tutta la vita?”

Nella camera azzurra anche le parole sono diverse, le riflessioni sono dilatate nell’aria rarefatta.

Un ventre accogliente, uno spazio disarmante ma nel contempo capace di addentare la realtà, facendola a brandelli, morso dopo morso.

Perché è l’ego ed il suo narcisismo a riempirla, fino a farla diventare affissiante, gravida di rabbia, un nodo alla gola.

E le parole si affilano come coltelli lucenti che tagliano l’aria cruda, portano alla distruzione dell’altro, perché si affonda sì, ma solo insieme.

L’inettitudine di Tony mi ha riportato alla mente una letteratura – assai nota – intrisa di vuoti esistenziali, ricolma di protagonisti che tutto sommato si trascinano, con una anaffettività tutta propria che stenta ad esplodere di vita.

Perché è l’educazione sentimentale l’altra grande assente.

Anche nella sua amante, Andrèe, a dettare legge non è il sentire ma la brama. Volere ad ogni costo qualcuno non significa volerlo davvero, anzi direi che indica il suo esatto opposto.

Vuol dire non volerlo affatto.

Simenon non li abbellisce, non lima nulla. Sono presentati così come sono, senza appianare oscurità e lati bui.

E nonostante si parli di relazioni clandestine, di realtà piccolo-borghesi, il romanzo, se pur breve, si rivela un noir prezioso, se pur con un finale per me estremamente amaro. Le ultime pagine mi hanno dilaniata e mi sento di dire che un racconto così è davvero prezioso perché è il giallo perfetto, a mio avviso, per il seguente motivo:  il romanzo si muove molto bene tra due piani. Da un lato l’interrogatorio e dall’altro l’introspezione.

Nessuno dei due sovrasta mai l’altro e come in un pendolo oscillano in un equilibrio perfetto. 

Profondo conoscitore dell’animo umano, Simenon, è anche un abile tessitore di trame complesse nella loro apparente semplicità.

In fondo è proprio la vita l’intrigo principale e Simenon ce la sa raccontare così bene da lasciarci senza parole. Anche in quel baratro che ci mostra, profondo e oscuro, quel precipizio dal quale talvolta non si può più risalire se non restandone profondamente e ineluttabilmente segnati.

E questo dolore perfetto a suo modo resta un capolavoro, come questo indimenticabile libro.