Gerbrand Bakker – Quelli che restano

“Simon bagna gli occhialini e li infila. La 1 è la sua corsia, gli piace nuotare vicino alla sponda. Non c’è nessun altro nella corsia 1. Nuota. Un’ora. Avanti e indietro. Dopo una decina di vasche non pensa più a quel che sta facendo. Braccia e gambe vanno da sole, la respirazione migliora man mano in modo impercettibile. Non sente molto, ma si rende conto di non essere più solo nella corsia. Nessuno lo disturba, lui tiene la destra, gli altri fanno altrettanto. Quella è l’ora del giorno in cui la piscina è tranquilla, solo dopo arriva la confusione.”

Simon è un quarantenne che vive sopra la sua bottega animata da pochissimi selezionati clienti. È un parrucchiere, in un quartiere bohémien di Amsterdam.

La sua unica passione è il nuoto che si fa strada in una una perfetta routine fatta di vuoti e assenze. Il padre scomparso e mai conosciuto in primis, e questo tragico incidente aereo – avvenuto a Tenerife nel 1977  – è rimasto tabù nella famiglia. La madre parla continuamente, ma senza dire nulla. 

Simon vede i fiori sbocciare ma la primavera non gli entra dentro.

“L’amore è una cosa strana.
Non è nella testa, ma non è neanche nel cuore. Si trova altrove.
Ma dove?”

Gerbrand Bakker – Quelli che restano

Le giornate sono scandite dalle stesse identiche azioni: tagliare e radere, mangiare e bere, nuotare.

Padre morto, madre isterica, un compagno fisso non pervenuto.

Padre. Una parola che non corrisponde quasi a nulla se non a vuoti cosmici, silenzi e oscurità.

Ma “non identificato” invece corrisponde a tutta la sua incompiutezza.

E perché suo padre era su quell’aereo?

“Lo capisci che questa cosa riguarda anche me? Che mio padre se n’è andato prima che potessi conoscerlo?”
“Meglio per te! Non scaldarti tanto. Che fosse lui o un altro per te in fondo che differenza fa?”
Simon stenta a credere alle sue orecchie. Ma come può fare così quella donna? A un tratto è furioso. Sempre pronta a minimizzare tutto, o ad andarsene. Anche a nuoto se è necessario.”

Gerbrand Bakker – Quelli che restano

Ma come è sparito realmente suo padre? Perché nessuno ha indagato sulla sua reale presenza su quel volo?

Le domande lo attanagliano e Amsterdam le accoglie, bagnata e plumbea.

La città talvolta cede il posto a un paesaggio disordinato, il cielo è quasi sempre grigio e piovoso, gli alberi spogli e fermi denotano l’assenza di vento.

Ma nulla è immobile. Soprattutto i pensieri.

Sono piccole cose ad animare l’esistenza schiva di Simon che aprono voragini interiori senza fine. Uno scrittore che lo intervista al lavoro, l’assistenza ai ragazzi con disabilità in piscina.

Il mondo interiore di Simon straripa di introspettività ed analisi. E domande. Perché chi cerca trova sempre, ma non è detto che siano le risposte corrette e soprattutto le domande giuste.

È l’elaborazione della perdita ma anche l’accettazione di chi resta, a suo modo. E a volte che non ci siano risposte è forse l’unica risposta.

È una lettura bellissima ed intima, che sfida a guardare i piccoli lati piacevoli della vita ed a incastrare le proprie malinconie e solitudini con quelle degli altri. È la ricerca delle proprie origini ma anche della forza intrinseca necessaria per lasciare andare, tra i silenzi buoni e confortevoli, tra le risposte ottenute a metà. 

Ho pensato al fu Mattia Pascal, alle occasioni che a volte la vita ci porge e alla voglia ineluttabile di ricominciare, soprattutto quando questa non è premeditata.

È un romanzo che scava nel fondo del cuore e ne sbircia i vuoti. Le assenze. Ma non le colma, perché anche la migliore delle storie non sempre ripara. Non è il suo compito. A volte ci spinge a interrogarci, elabora quesiti sospesi, riflessioni senza conclusioni specifiche.

Perché forse è ciò che fa la letteratura: apre squarci di cuore e ce li affida a piene mani. E sta a noi accomodarli, oppure no.

Un libro che si assapora lentamente e che si vive, una lettura agrodolce bellissima, sull’elaborazione del lutto e su chi se ne va ma soprattutto su tutti quelli che restano.

A noi è richiesto molto coraggio.