Intervista a Fabio Ferracane – Il vino artigianale: in vite vita.

Grande è la fortuna di colui che possiede una buona bottiglia, un buon libro, un buon amico.

Molière

Il vino artigianale è stata per me una grande rivelazione degli ultimi anni, ma ciò che è ancora più vero è che è una rivelazione continua, qualcosa che cambia senza stabilizzarsi mai del tutto. Non è mai uguale a sè stesso, e forse in questo mi ci rispecchio. Riesce a sorprendere nell’arco di pochi minuti, e poi può farlo ancora, e ancora. La sua ecletticità e dinamicità è la cosa che da subito ho apprezzato maggiormente.

Una grande emozione per me avere l’occasione di intervistare a Roma Fabio Ferracane.

Ho scoperto i suoi vini in Sicilia, nel trapanese, ed è stato un vero e proprio colpo di fulmine.

Fabio è schietto, diretto, l’intervista è veloce e fluida, come una chiacchierata tra vecchi amici, e come i vini meravigliosi che produce.

Iniziamo parlando di un vino che mi ha conquistata immediatamente, il Muffato.

L’ho trovato davvero eclettico ed intenso e volevo chiederti qualcosa in più. 

Sorride felice della domanda e risponde:

<Quando è stato creato non avevo pensato ancora al Muffato. È nato prima di essere nei miei pensieri. Io volevo fare il Guancia Bianca – del quale riparleremo – quindi il catarratto. Non conoscevo la resa che poteva dare il prodotto quindi ho riempito i miei serbatoi in acciaio di catarratto e la parte in esubero l’ho messa in botte. Con il tempo si è scolmata e si è formata la flor che è un autoprotezione. Il vino ti dice “io sto a contatto con l’ossigeno e mi auto proteggo. Come se tu sentissi freddo e mettessi un giubbotto.

Noi siamo esseri viventi non siamo robot ed il vino uguale>.

Cosa vuoi dirmi Fabio?

<Che il vino è vivo.

Quindi è nato il muffato ma per l’imbottigliamento ho pensato di aspettare mesi e poi ancora mesi. E poi ancora un anno, due anni e migliorava sempre più perchè la botte si è coperta di muffa ma all’interno il vino era un capolavoro. C’era questo forte sentore di muffa nobile. Per capirci, io lascio la madre cioè la feccia fine e imbottiglio il 2018 lasciando la madre.

E quindi ora esiste il muffato in bottiglia>. afferma con orgoglio.

Tre parole per descriverlo.

< Meditazione, passione e fratellanza.>

Cosa pensi dell’espressione vino naturale? 

<Diciamo che al naturale preferisco Territoriale. 

È qualcosa di reale, che deve nascere dal terroir, perchè il territorio cambia da palmo a palmo. Mi piacerebbe molto che si usasse dire territoriale, mi piacerebbe che in enoteca ci fosse questa definizione. Magari ci arriveremo.>

Secondo te adesso quanto in Italia siamo pronti al vino artigianale?

<Diciamo che siamo in crescita, considera che fino a qualche anno fa leggevo i dati Istat e si parlava di un 3% adesso stiamo quasi al 5% di consumatori>.

Come è nata la tua passione per questo lavoro? 

<L’azienda nasce negli anni 90. Mi affascinava mio padre, andavo dietro a lui nella vigna.

Non era la sua attività principale, infatti lui lavorava al tribunale di cancelleria.

Ma lo studiavo, lo seguivo e da lì mi sono appassionato a questo mondo perché Il bello è che tornava a casa orgoglioso che faceva quel vino genuino, ma inizialmente era solo per la famiglia per gli amici più stretti. Poi la produzione è iniziata a crescere, ogni anno aumentava. E Io già andavo a scuola – ho fatto agraria – e allora abbiamo iniziato a regalare le bottiglie, inizialmente senza chiedere nulla.

Ho proseguito il mio percorso con l’università “Enologia e viticoltura” nella sede collocata a Palermo. Per la specializzazione però sono andato in Australia. Le sfide mi hanno sempre affascinato>.

Ma i tuoi studi si basavano sui vini convenzionali? 

<Sì, sono partito da lì, perché proprio grazie ai miei studi ho capito la differenza tra un vino naturale e uno convenzionale>.

Secondo te quanto sarebbe utile un Disciplinare nell’artigianale? 

<Non sono certo dell’utilità di un Disciplinare. Potrebbe essere una modalità per omologare un prodotto. E il vino naturale è esattamente l’opposto. Io trovo che non sia importante avere un disciplinare quanto avere una linea guida seria più in vigna che in cantina. Perché “naturale” significa lavorare bene, senza chimica. Utilizzare solo ed esclusivamente ciò che si trova già biologicamente in natura>.

I tuoi vini hanno l’etichetta di biologico?

<Tecnicamente sì, ma come puoi vedere sui miei vini non c’è la fogliolina verde. Eppure ho il certificato ma ho scelto di non mostrarlo perché non mi interessa.

La cosa che davvero ho a cuore è che il mio vino venga acquistato perché è proprio il mio vino. Un vino fortemente identitario e questo per me è ciò che rappresenta il vino artigianale>. 

<Un vino identitario, che quando lo si degusta puoi sentire Marsala, Il territorio, il sole, il sale, la Sicilia… è il vino di Fabio Ferracane>. 

Tra i tuoi vini ce n’è uno che preferisci?

<Non puoi chiedermi di rispondere a questa domanda, è come se a un padre chiedessi di scegliere quale figlio è più bello. Inoltre ogni vino è diverso, dipende dall’accostamento, dipende dall’ambiente dal momento in cui siamo. C’è un vino adatto e perfetto per ogni momento che stiamo vivendo>.

Raccontami delle frasi che sono dietro i tuoi vini. 

<Allora – sorride – le frasi che vengono inserite dietro i vini sono pensate da me. Per esempio il Guancia Bianca è un vino rassicurante come una donna, sa di realtà domestica, di pomodoro siciliano, di sicurezza. Mi fa pensare alla Sicilia di un altro tempo, è un vino dedicato alle donne, è fatto con immaginazione, pazienza. Sa di ricordi, di passato, è lento. Ci ricorda che le cose non arrivano se vengono forzate ma solo quando sono pronte. È come se dovessero fare il proprio percorso. Mi piace pensarlo così>.

Secondo te qual è la differenza fondamentale tra un vino convenzionale e un vino artigianale?

<Il vino artigianale è semplice, è sincero, è vivo>!

<Il convenzionale è un vino che sa di chimica. Un vino dal colore bianco carta che può farti immaginare aromi tropicali ma sono inimmaginabili in realtà. Il naturale ha le essenze vere che ricordano il vitigno. Ad esempio il catarratto sa di pera e mandorla, il grillo sa di cedro e zagara. È tutto vero. È vivo, reale, pulito>.

Quali uve coltivi?

<Grillo, Catarratto Nero d’Avola e Merlot e il prossimo anno Perricone>. 

Hai sempre voluto essere un viticoltore? 

<No, volevo diventare medico.

E poi superata la fase adolescenziale mi sono detto “vorrei fare ciò che fa mio padre”. Fare un vino genuino da bere tra le mura domestiche>.

E poi?

<È iniziato il mio percorso enoico. Beh inizialmente producevo

612 bottiglie e adesso sono arrivato a 25.000 circa>. 

E poi un’ultima domanda mentre sorseggiamo il Guancia Bianca.

Ma tu cosa pensi della figura del blogger del vino? 

<Molti mi contattano, mi vogliono fare pubblicità ma alla fine pensano a un tornaconto.

Però c’è sempre l’eccezione che non fa la regola e quindi capita qualche brava giornalista con un bel sito che mi va davvero di incontrare, perché sento quanto sia veramente appassionata di vino artigianale. Ci crede veramente e questa è una cosa che non si può dissimulare.

È una cosa che sento. L’amore e l’intuito per il vino naturale non si può nascondere>.

Ma questo lo scrivo? 

<E certo, scrivilo>.

Sorride. Io pure.

In vino vita.

#morenaturalwine