Kent Haruf – Le nostre anime di notte

“Ti ho già detto che non voglio più vivere in quel modo  – per gli altri, per quello che pensano, che credono. Non è così che si vive.

Vuoi un’altra birra? 

No, ma se tu vuoi un altro po’ di vino, sto qui con te mentre lo bevi. Ti guardo e basta.”

Le sere sono fresche. Silenziose, vuote e ovattate ad Holt, in Colorado.

Quando Addie va dal suo vicino, Louis, e gli chiede di trascorrere le notti con lei, lui resta stupito ed emozionato. 

Ma Addie è coraggiosa, audace, divertente. Non bada alle apparenze e l’età è solo un fatto anagrafico. 

“Non parlo di sesso. Non intendo questo. Sto parlando di attraversare la notte insieme. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?”

Con la luce crepuscolare cala un buio interiore.

Si sgretolano lentamente le notti, il contatto rende viva la parola. Nelle tenebre opache si sprigionano discorsi, i ricordi, illuminati solo dai raggi crudi della luna.

E poi la luce dell’alba inizia a farsi strada, come una seconda opportunità.

Loro non hanno nulla da nascondere, nonostante tutti glielo facciano credere.

La pioggia è deliziosa mentre gocciola dalle grondaie, il suo odore riempie la stanza, la felicità si fa strada pudica.

Perché forse Louis ed Addie non hanno avuto la vita che meritano, ma in alcuni istanti scoprono che inizia a piacergli, parecchio.

“Amo questo mondo fisico. Amo questa vita insieme a te. E il vento e la campagna. Il cortile, la ghiaia sul vialetto. L’erba. Le notti fresche. Stare a letto al buio a parlare con te.”

È un romanzo sulle piccole cose che diventano infinite ma è anche una lotta contro il tempo, il provincialismo e i pregiudizi.

“Pensavo che quella coraggiosa tra noi due fossi tu.

Non ce la faccio più ad essere coraggiosa”.

È un romanzo che combatte l’affanno del tempo, ed è un paradosso visto che l’autore era proprio sul finale della propria vita mentre lo scriveva. Ci ha lasciati nel 2014 subito dopo aver completato quest’opera, nella quale si sente l’urgenza sia di compierla che di portarla a termine.  Eppure riesce a lasciarci un messaggio fondamentale, che è quello del prendersi tutto il tempo che si desidera.

Nel modo in cui lo si desidera.

Senza compromessi.

È una ricostruzione, per quanto possibile, del “prima che sia troppo tardi”.

Ma quando è davvero troppo tardi?

 I dialoghi sono privi di segni di interpunzione, quasi a sottolineare l’urgenza di quegli scambi, oppure ad annullare completamente le distanze tra i protagonisti o con il lettore. Il risultato è che sembra di viverli, quei dialoghi, arrivano compiutamente e con un’immediatezza incredibile.

Una storia circolare, sulle fragilità ma anche sul non arrendersi. Sulle piccole crepe intagliate e inabissate nell’anima e nella carne.

Ed è anche il racconto dei desideri.

Della loro (ri)scoperta in una assoluta freschezza e novità, proprio quando completamente sopiti.

Ma in fondo – ho riflettuto – è una storia d’amore. Di quelle con un sapore autentico, del tepore di una casa con le finestre vive, del profumo dell’erba fresca appena tagliata, della brezza estiva. 

È semplice. E proprio per questo motivo in realtà è più articolato ed intenso che mai. 

Con una scrittura limpida e asciutta, questo romanzo ci accompagna dolcemente in uno di quei viaggi di ritorno verso casa, quando sai che dentro troverai tutto ciò che cerchi, per scoprire che il viaggio è stato solo un intermezzo.

Tenero, pieno, delicatissimo.

La mia recensione su IG la trovate QUI.