“Che i giorni e le ore della mia vita spicchino il volo. Come falchi attraversino il tempo e mi riportino persone conosciute, gioie assaporate nei giorni trascorsi, dolori patiti, peccati e opere di bene da me compiuti. Voglio metterli tutti in fila e ricomporre con essi un anno della mia esistenza. Poi voglio afferrarlo con entrambe le mani e affondarvi lo sguardo come in uno specchio, per ritrovarvi il mio volto di allora e il volto di coloro che amavo o ai quali ero inviso.”
Il vento d’autunno gonfia i mantelli, il fuoco langue e la pioggia picchia come su un tamburo. Il protagonista è Franz Grumbach, tedesco, maledetto e dannato. Tre le pallottole, la prima ha colpito un nobile sovrano, la seconda una fanciulla innocente e la terza a chi è destinata?
Franz è stato condannato da Carlo V per la propria fede e privato così delle proprie terre. Lo sfondo storico è quello dell’assedio spagnolo di Tenochtitlàn.
Il nostro protagonista si muove tra inganni aspri e furibondi, nella nebbia fitta e pesante che rotola fino agli accampamenti e vede esplodere l’oscurità più tetra.
Inganni, visioni e terrori – non sempre ben identificati – albergano nelle tenebre.
La narrazione si muove su diversi livelli, l’onirico spesso travalica il reale confondendo i piani avvolgendo però la lettura in una tensione sempre viva.
Ogni frase di questo giovane autore praghese, collocato nel fervido clima letterario viennese di inizio Novecento, riesce a raccontare la Storia quasi assurgendola ad un sospiro metafisico o alla visionarietà. Impossibile non innamorarsi della sua penna acuta ed intensa.
E lo scenario, tra villaggi abbandonati, destrieri da governare, rivalità ed inganni, rende la lettura godibile e avvincente. Nonostante la storia sia la protagonista indiscussa di questo romanzo ci sono tanti livelli che riescono ad intersecarsi. Perché se la ricostruzione storica è abilmente verosimile, tutti gli altri piani simbolici, quasi metafisici, suggeriscono diverse chiavi interpretative altrettanto interessanti.
“E quando mi affanno a rammentare la mia vita trascorsa mi sembra di stare di nuovo al cospetto di quelle rocce lontane; giacché tutto ciò che un tempo sentii e pensai è stato spazzato via dalla mia memoria e altro non è rimasto all’infuori di immagini a metà sbiadite, che nessuno è più in grado di decifrare per me.”
Leo Perutz – La terza pallottola
Non può essere considerato un libro di facile lettura o con un’immediatezza fortemente caratterizzante ma la scrittura brillante e le descrizioni minuziose lo rendono scorrevole, in grado di soddisfare le diverse aspettative.
Avventuroso, ma che lascia spazio ad ampie riflessioni – talvolta di un’attualità disarmante – è un piccolo capolavoro che spinge senza alcun dubbio alla lettura degli altri testi di questo autore praghese, di origini spagnole e austriaco di adozione. Un pensatore animato sin da giovanissimo da una fortissima vitalità culturale. Nel 1915 esordisce proprio con questo romanzo. Un abile romanziere della Mitteleuropa, ma anche un matematico, molte voci confluiscono in lui trovando ampio respiro nelle storie di cui narra, se pur difficilmente collocabili in un genere specifico. È considerato tra i maggiori esponenti della letteratura storico-fantastica, che vede all’interno dei propri scritti confluire elementi filosofici e psicologici, senza tralasciare mai il dettaglio minuzioso dei fatti che narra.
Consigliatissima la sua riscoperta attraverso la nuova curatissima edizione di Adelphi, che ringrazio.
Il mio Reel lo trovate QUI.


