Neige Sinno – Triste tigre

Damaged for life.

Oppure coraggio di affrontare l’oscurità quasi oscena della propria vita.

Il romanzo ha vinto l’undicesima edizione del Premio Strega Europeo. È ritenuto il caso editoriale dell’anno, pubblicato da Neri Pozza con la traduzione dal francese di Luciana Cisbani, la quale ha giustamente ricevuto lo stesso riconoscimento. Questo ad evidenziare l’importanza della traduzione nella divulgazione e nell’espressione di un libro. 

Quando mi sono approcciata alla sua lettura ero intimorita, non sapevo come affrontare queste tematiche immensamente dolorose, ma poi ho iniziato a scorrere le pagine e ho capito quanto queste fossero indispensabili perché la letteratura è anche questo, ovvero affrontare ogni realtà e poterne riflettere. Uscirne diversi. 

Stilisticamente l’autrice è impeccabile, ma non è questo che rimane addosso, e forse non è neanche la storia che racconta, quanto la potenza introspettiva e il coacervo di emozioni che la pervadono.

Perché riesce a scomporre il danno, la lesione, i traumi, oscillando tra la perizia chirurgica di un adulto e gli occhi innocenti di una bambina. E in questo spazio, è proprio lì, che il lettore resta incantato dalla grandezza di quest’opera letteraria.

Neige ha circa sette anni quando viene catapultata in un baratro senza fine, nel più orripilante dei terrori.

Solo quando compie diciannove anni decide di sporgere denuncia contro il suo patrigno.

Neige racconta in un romanzo straziante e lucidissimo la decisione imprescindibile di scrivere ciò che le è accaduto.

Non per sentirsi salva, non per offrire dei fatti di discussione ai lettori – a volte curiosi – ma solo per l’urgenza di offrire una testimonianza.

Perché per lei la letteratura non è un rifugio, non è salvezza.

E questo non è un diario e non è un romanzo, è come se tutto all’interno di questo scritto fosse al limite, la stessa autrice dichiara più volte di non sapere in quale direzione andare.

La testimonianza resta viva, cruda e quasi asfissiante.

Immensamente reale, purtroppo.

“Faccio fatica a essere sicura di esistere. Non so difendere il mio spazio corporeo. Mi lascio invadere facilmente dagli altri. Ho una vita interiore. Una grande, un’infinita vita segreta e interiore e totalmente mia.

Cerco spesso di dissimulare la mia intelligenza per paura di provocare la rabbia di chi è più potente e potrebbe rimanerne offeso.

Ho un’elevatissima capacità di dissociazione.

Riesco a stare una settimana intera senza mangiare.

A volte finisco dentro un pozzo, un buco nero talmente profondo da non vederne il fondo.“

È come passeggiare su un filo teso tra due rupi, tra il mondo del prima e il mondo del “dopo la consapevolezza”.

Quella parola è composta da sole sei lettere, è un’idealizzazione dell’infanzia e di ciò che Neige sarebbe potuta diventare se non le fosse capitato quello.

Stupro.

“Hai guardato il male negli occhi e adesso più nessuno può guardare te”, questa è la leggenda di Medusa.

Non è un esercizio letterario, e la scrittura non si offre assolutamente come terapia ma piuttosto viene scandagliata per testarne i limiti, navigando su riferimenti letterari potenti e che si offrono come squarci di luce nell’oblio, quasi a illuminare con sempre più potenza le parole.

È un’analisi straziante dove vittima e carnefice vengono raccontati nelle stesse pagine e questo è già aberrante di per sé.

Però ignorare le tenebre non è un’opzione.

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“Si può piuttosto rimanere sul bordo, senza entrarci.
Imparare a rimanere sul ciglio del mondo. Inciampare ma, ancora una volta, non cadere.
Non cadere.
Non cadere.”