Simone Filippini – La fabbrica del diavolo

Vi ricordate come ci si sentiva va 13 anni?

Vi prometto una cosa: questo libro vi farà tornare indietro nel tempo.

Immaginate che oltre ai tumulti interiori, alle difficoltà di pensare ad un proprio posto nel mondo, alla prima cotta, si aggiunga anche un trasferimento addirittura da Toronto. Kevin si trova a catapultato in questa nuova realtà, integrarsi non è affatto semplice finché non incontra Sara e Andrea, due ragazzi con i quali scatta subito un’amicizia, di quelle istintive, dove ti senti a casa.

Durante la notte di Halloween decidono di visitare una fabbrica abbandonata del loro paese ma l’avventura si trasforma ben presto in un incubo poiché si trovano davanti una valigetta e al suo interno ciò che di più macabro si possa immaginare, ovvero degli organi, forse di animali? Sono resti umani?

Scappano via nel panico, mentre le giornate scorrono con tutto ciò che caratterizza la vita dei giovanissimi: il tentativo di farsi leggere le carte, ragazzi più grandi che non si comportano come dovrebbero, e le nuove amicizie, a riempire i pomeriggi lenti.

All’interno della fabbrica scoprono esserci Nabil, un uomo senza fissa dimora che si dimostra subito un buon confidente, e il suo fedele cagnolone Dartagnan.

“Nabil faceva parte di quel gruppo di persone a cui il mondo non fa paura. Quelle che si aggrappano a ogni istante, animate da una vitalità ingenua ma autentica.”

Quando arriva il primo delitto il gruppo di amici sembra vivere in un film, come se le cose non fossero reali. L’autore riesce a rendere molto bene la realtà immaginifica di un pre-adolescente dove i confini tra la fantasia, i film e ciò che accade davvero non sono ancora ben definiti. 

“Quando sei ragazzino la tua attenzione si fissa su dettagli più insignificanti, senza cogliere il quadro generale”.

Piccole persone in formazione, che cercano la propria strada sì ma che iniziano molto presto a capire cos’è un’ingiustizia.

E ci si trovano catapultati dentro, questi ragazzi, un misto tra i Goonies e Stagioni diverse di Stephen King, piccoli detective anni 90 che però si interfacciano con una realtà davvero aberrante.

E non si arrendono. E non si fermano. 

Nel mentre, i primi tumulti d’amore, inizialmente accennati ma poi potenti, quasi dolorosi, come un pugno che ti colpisce da dentro a fuori, senza lasciare lividi.

“Quel giorno la sensazione di non poterla stringere mi faceva più male del solito; un malessere che non so ancora descrivere e che non ho provato mai più in tutta la mia vita.”

Il coraggio. Io penso che sia la chiave di questo libro che riesce ad attraversare tante tematiche: le relazioni con i pari, le difficoltà con i propri genitori, il dolore della perdita, l’abbandono e i padri assenti o dannosi. E tutto questo in un’età in cui ci si dovrebbe sentire sempre protetti, ma la realtà sappiamo che non è sempre così che va.

“Grazie per avermi capito e avermi fatto sentire a casa, quando una casa pensavo di non averla più. Grazie per aver spazzato via la mia nostalgia così tante volte, anche se solo per qualche secondo.
Un giorno mi hai detto ‘un Samurai non piange mai’, ma io non sono un Samurai, quindi concedimi di piangere”.

Un romanzo avvincente che non può essere racchiuso in un solo genere ma sono certa di una cosa: riuscirà ad emozionarvi.

E leggendo le ultime pagine sono abbastanza sicura che, come me, vi sentirete travolti dalla nostalgia di giorni lontani, e commossi dalla potenza dei legami che si riescono ad instaurare quando si è molto giovani e che talvolta, come per miracolo o per un dono, sopravvivono al tempo, ci rendono diversi e ci segnano per sempre. 

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