Siamo nel 1972, Gigio ha 12 anni e la sua infanzia fino a quel momento è stata uno spazio sicuro, è un bambino felice proprio grazie ai suoi genitori, finché per la prima volta non sono stati in grado di proteggerlo. Anzi, sono stati proprio loro una delle cause di ciò che lo ha stravolto.
Per la prima volta il mondo è arrivato a toccarmi direttamente, senza filtri – e il mondo brucia, è fuoco vivo.
Sandro Veronesi – Settembre nero.
Ma questo Gigio non lo sapeva ancora.
Dodici anni, un’estate dove l’ego si riduce brutalmente, al contrario di ciò che solitamente accade, quando in prossimità dell’adolescenza c’è un’espansione, ci si avvicina all’onnipotenza. Ma se non c’è tempo di crescere i passaggi diventano invisibili e tutto viene spazzato via, squarciato, diviso.
È l’undicesimo romanzo di Veronesi, focalizzato su una unità di tempo e spazio concentrata su un pezzetto della vita del narratore.
Ho avuto il piacere di conversare, in una meravigliosa cornice romana, con l’autore.
È un dialogo denso, pregno, intenso.
Veronesi ha moltissimo da raccontare, io avida di conoscere il “dietro le quinte” di questo romanzo così coinvolgente.
Gigio esce da un’identità collettiva nella quale si riconosceva perfettamente. Non aveva mai sentito la necessità di ritagliarsi un ego ma d’altronde – dice Veronesi – chi non prova dolore ha delle diverse necessità.
Chi prova dolore cambia.
E nel corso di una estate in Versilia vengono raccontate le settimane di avvicinamento alla scoperta di questo sè.
Sono molti i temi affrontati, dalla crescita necessaria, al primo amore, gli anni Settanta, con una splendida ricostruzione di quelle estati così gonfie di tutto e nel contempo di noia.
Ci dice: “ io racconto con così tanto dettaglio quel tempo, è vero, ma mi sono dovuto documentare, mica me le ricordo tutte quelle cose. Ho rivisto foto, filmati, ho ricostruito”.
Non mancano riferimenti letterari importanti, Moravia per primo.
Il nostro protagonista è bilingue, sua madre è irlandese e Astel – perché c’è sempre una ragazza – vuole sapere cosa dicono le canzoni che ascolta. Un’estate dove ci si scambia i dischi, si inizia a parlare di musica, l’età della curiosità e della scoperta, e anche delle prime emozioni.
“Non l’ho mai mai sentita scivolare via, ecco, verso i ragazzi più grandi dei quali ero geloso; e non ho mai mai sentito scivolare via me da quella terra incantata, risucchiato dalla mia pochezza. Ecco un’altra ragione che ha reso indimenticabile quei giorni: per quanto fossi poca cosa riuscivo a mettere tutto me stesso in ogni istante che passavo con lei. Non mi è mai più successo di non sprecare nemmeno una stilla di me, e sono convinto che un privilegio del genere sia capitato molto raramente anche a voi”.
Comincia a farlo per amore ma scopre dentro di sé un’inclinazione alla traduzione e quello che sarà il suo talento nella vita.
È un bellissimo dialogo musicale e nel contempo vivace e pieno, dai Led Zeppelin a David Bowie, per arrivare al testo di Azzurro di Adriano Celentano. Che racconta il rimpianto per l’oratorio, perché, beh, almeno là c’era qualcuno per chiacchierare.
Cosa avviene a Gigio?

L’autore risponde che sin dalle prime pagine è evidente che ci sarà qualcosa di traumatico, altrimenti il rischio è quello di un racconto troppo chiaro, con una luce troppo pastello.
Invece ci serve il chiaroscuro per indagare l’anima, quando questi germogli che appena spuntati vengono “gelati” dagli eventi.
Ma il fatto che fossero spuntati è decisivo perché sboccino di nuovo e questo rende possibile l’accettazione.
Se invece non ci fossero stati l’accettazione avrebbe coinciso con l’assoggettamento totale.
Afferma l’autore: è quello che appunto io ho definito – e gli psicologi definiscono – un’infanzia interrotta. Invece lui ha modo di superare, di sbocciare.
E il “traduttore” da traducĕre, che etimologicamente è chi trasferisce, in un certo senso transla un po’ sè stesso. Come il nostro piccolo protagonista.
Quindi la parola chiave del libro quale potrebbe essere? domando curiosa.
L’accettazione.
Che è l’opposto del colpevolizzarsi.
Lui dopo cinquant’anni riesce a dire “ce l’ho fatta.”
Si parla di crescita, di legami familiari e dei giovanissimi di oggi, in un dialogo serrato dove molteplici temi vengono snocciolati, in un confronto attivo e stimolante.
“Facciamo tutti così, selezioniamo alcuni tra i nostri ricordi per il loro valore simbolico, li manipoliamo e li fissiamo nella memoria con tale precisione da farne l’emblema di un’intera stagione della nostra vita. Si può essere ignoranti quanto si vuole, superficiali, futili, ignari, cattivi – ma l’inconscio lavora per tutti allo stesso modo, e si tratta sempre di un raffinato lavoro intellettuale.”
È un dialogo bello e vivo, che sa di passato, di infanzia, di interruzioni e di riprese. Di nuove opportunità, di un primo amore così tormentato da accompagnarci tutta la vita con una recondita nostalgia, nascosta nei cassetti, nel cuore, nell’anima. Nelle cose non dette, nel frastuono del quotidiano, nell’ego da far diventare tronfio e gonfio di vita.
Ma parla anche di fughe e di ferite che restano, ma soprattutto di quei germogli che resistono, nonostante la gelata.
E diventano forti, così tanto da sembrare miracolosamente due.
E tornando a casa dopo questa esperienza, snocciolando Roma tra i sanpietrini incerti, penso a quanto spesso ci si scordi di quel passaggio di vita che può essere così infausto, doloroso e disfunzionale. E a tutte le volte che ci dimentichiamo di essere sopravvissuti.
Come dopo una terribile gelata, quel fiore che spunta avido di luce è ammaccato ma forte e resiliente. È resistito. Esiste forse un inno alla vita più potente di questo?
Barbara Aversa



